La Storia del Santo

Il limite induttivo, a discapito di un procedimento deduttivo più agile e più efficiente, è la solita remora esasperante di questo tipo di Normativa sociale, riservata alle piccole Comunità con impassibilità vessatoria corporativa.

Comunque la stampa dello Statuto di Cemente VII e di Ascanio Colonna ha celebrato una circostanza saliente della vita pubblica, la speranza di un Rinascimento, di un neo-Umanesimo, di un neo-Mecenatismo purtroppo dissolto (Amministrazione Volpoli). Il fervore cinquecentesco si manifesta ancora in altre iniziative che lasciano il segno, due delle quali si compiono nello stesso anno: la costruzione della Cappella votiva rurale della Madonna di Loreto, per merito e spesa di Pietro Foglietta (1578) e la prima documentata Visita Apostolica (leggi: ispezione disciplinare) del visitatore apostolico Dominicus Petriccianus (Domenico Petricciani) alle tre chiese principali, Santa Maria, San Pietro, San Nicola (documento comprovante l’esistenza di tali edifici nel Cinquecento (1578)).

La Cappella rurale della Madonna di Loreto, di piccole proporzioni, servita da un Romitorio e dotata di un piccolo fondo rustico, guarda impavida il Monte Gemma e le sue tempeste e l’eccelsa faggeta, segnacolo di una fede semplice e audace, ritros, mistica e torva di cui resta un esempio leggendario nel nome di Peppe Bravo (Giuseppe Mancini, + 1936), con il suo orecchino d’oro e di corallo, il suo annuale concerto di zampogna alla statua di Sant’Antonio (sulla Madonna di Loreto, vedi “Appandice”). Il voumetto “aureo” sull’Organizzazionz Ecclesiastica e Sociale a Supino, dal 1578, segna una svolta decisiva, basata sullo studio critico della documentazione avverso i metodo obsoleto degli “appassionati” di storia patria.

Gioacchino Giammaria, storico, legge la conferenza-simbolo di una impostazione scientifica degna di una storiografia avvertita e informata in casa di Mariapia e Peppe Agostini nel luglio del 1978, a trecento anni dai fatti narrati, con documenti trascritti da Enrico Zuccaro e la conseguita stampa a cura della Pro-Loco (Presidente Barletta).

Nel Settecento, la florida economia della Chiesa e l’eccellente amministrazione delle Confraternite opera una profonda ristrutturazione delle tre chiese principali, che vengono, praticamente, ricostruite dalle fondamenta, così come oggi sono visibili. Tutte furono dotate con quadreria e organo. In particolare a Santa Maria, edificata da Gerolamo Fontana, pronipote del celebre Domenico, architetto di Sisto V Peretti (traslazione e innalzamento dell’obelisco vaticano), si offre ancora oggi all’ammirazione con il poderoso campanile, in forma di grandiosa macchina processionale, la Cupola e il fastoso interno basilicale che, dopo i nefasti bellicic, ricomincia a fiorire. L’architetto chiese come compenso “due prosciutti grossi”.

Due interessanti cimeli della chiesa preesistente sono il quadro, di grandi proporzioni, a sinistra della crociera, con iconografia di San Giacinto, titolare di una potente Confraternita indirizzata alle persone di rilievo e statura economica eminente, ma con la severità di una Regola ascetica, con Casa madre nientemeno che nella basilica romana della Minerva. Si affianca alla grande tela un frammento, in legno di noce, dell’antico coro della Tributa, datato al 1656 (entrambe le opere restaurate da Giuseppe Agostini).

A San Pietro fiammeggia la devozione di San Cataldo, il santo “normanno del quinto secolo sepolto nella sua “Cappellona” al duomo di Taranto” (Inventio Corporis, anno 1050). Per quanto la dominazione normanna abbia inizio dalla Battaglia di Hastins (1066), Cataldo è il protettore degli Uomini del Nord, di cui gran parte dei Supinesi conservano le c aratteristiche fisionomiche, con la pelle chiara, gli occhi azzurri, capelli chiari o rossicci. la “conquista pacifica” da parte dei Normanni, da Taranto al cuore dei Monti Lepini, non è ancora esplorata né provata. Cataldo è presente nei mosaici di Monreale, della Cappella Palatina, negli affreschi di Anagni, fra i Santi Vescovi Maggiori. La reliquia del Braccio di Cataldo, donata da Caracciolo vescovo di Taranto, si insedia a Supino nella memorabile data del 19 aprile 1653, giorno di inizio della devozione ufficiale accertata. La devozione al Santo e lo zelo imbattibile del sacerdote Fausto Schietroma sono per sempre indissociabili. Nel Settecento (esattamente 1764, la stessa data dell’Organo Classico Werle di San Pietro) a Supino, con l’allestimento della Sorgente “Pisciarello”, vede la luce quella cultura dell’Acqua sorgiva che oggi è onorata decorosamente alle sorgenti, quasi venerate, del Pisciarello, appunto, dei Canali, degli Fai e di altre ancora, fino alla fontana di Santa Serena inaugurata, con un concerto della Banda Municipale, nel 1922: acqua sorgiva, la vera ricchezza di Supino.

Ancora nella prima metà del Settecento si costruisce, in Piazza, il palazzo della famiglia Bavari, dei cui tenimenti resta tuttora la memoria come “i Prati di Bavari”, adiacenti alle zone archeologica. Un ciclo di affreschi decora alcuni ambienti del Palazzo (famiglia Cerilli) di cui la facciata, con un portale superstite animato da simboli esoterici e massonici, è stata più volte manomessa.

L’occupazione francese-napoleonica è passata sulla Ciociaria come un devastante turbine di sciocchezze politiche e di violenze sociali. Supino ha pagato un tributo di sangue ai ghiribizzi bestiali del generale Championnet (cremato e deriso ogni anno al Carnevale di Frosinone). Cinque patrioti (Marchioni, Bernola -sacerdote-, Battisti, De Paolis, Peruzzi e Calcagni -di Ferentino-) vennero fucilati dai soldati di occupazione, queste farsesche e spietate marionette, a ridosso della montagna nella piazza di San Pietro. Nella piazza che aveva echeggiato soltanto dei canti della devozione al Sano, risuonò tremenda la scarica mortale, in cospetto dei paesani allibiti (24 aprile 1812). Una piccola strada, istmo di comunicazione fra via San Pietro a via Nuova fu chiamata, con epiteto commovente, via delle Cinque Vittime.

La modesta memoria a San Sebastiano (esedra con Croce e due quadri di devozione a olio (ora conservati al Comune)) segna il luogo del sacrificio del giovane pastore Paoluccio Caprara (1869) giustiziato dal Governo Pontificio il quale, alle soglie dell’annientamento del Potere Temporale, ricerca insaziabilmente i suoi ostaggi fra gli innocenti giovani patrioti lepini. E per una strana combinazione del destino, una lapide commemora, a due passi di distanza, il sacrificio della vita di Guido Giussoli, di diciannove anni, il 21 ottobre 1943 durante l’occupazione nazista.

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