Notiziario di San Cataldo

Nel 1870, anno della Breccia di Porta Pia a Roma, un incendio distrugge la statua di San Cataldo. La sua ricostruzione è attestata da una incisione dello stesso anno: nella fastosa edicola, intagliata e dorata, di perfetta proporzione nella sezione aurea fra l’altezza della parasta e l’ampiezza dell’arco, siede il simulacro del Santo nell’atteggiamento di indicibile maestà, ispirata a una statua di Antelami o di Arnolfo di Cambio (l’incisione è stata rinvenuta e donata da Lorenzo Nalli).

Con l’unità d’Italia si appronta la Fontana Pubblica di Privito, con le dovizie di acque che avevano rifornito il ninfeo della Domus Culta romana duemila anni prima. La Fontana è monumentale, con le grandi pietre di sasso palombino, le vasche successive, il fontanile, da poco scomparso (ma perché?), la gloria dei panni stesi al vento, come le vele di una regata. Ma l’Unità, per assurdo, genera il terribile fenomeno dell’Emigrazione. Una letteratura sterminata, intessuta di lacrime, circola intorno a questo periodo di smarrimento e di diaspora. È la vera guerra personale contro il disonore, nella indifferenza politica dell’Amministrazione dello Stato e nella complicità e nell’abulia anche del Clero. Pazientemente, con efferrata determinazione di riscatto, l’Emigrante riailita la sua personale dignità e quella rete di relazione costante, appassionata con il luogo di origine che possiamo considerare la prima prova di una Comunità Economica di una Civiltà Atlantica di mutuo soccorso.

L’emancipazione esprime un benessere che si riversa, beneficamente, sulla terra di partenza, migliora le proprietà, le abitazioni, lo stato sociale, arricchisce il dialetto di neologismi, esorcizza il terrore delle distanze: l’America è appena oltre Monte Lepini. Il Paese si abbellisce. All’inizio del secolo si ricostruisce la chiesa votica di San Sebastiano e San Rocco, con la squisita architettura della facciata, affidata a una grande Serliana di pietra e il suo fresco fontanile (scomparso, ma perché?), architettura di Aristide Leonori, l’ingegnere santo, autore a Roma del maestoso San Giuseppe al Trionfale. Sul piano della conquista della dignità sociale, non si può tacere la citazione, energica, della sanguinosa repressione dei pacifici moti della “Lega dei Contadini” di Supino, con sede al palazzo dei Bavari.

La Lega dei Contadini, congiunta alla Lega dei Pastori, reclamava le dimissioni della giunta municipale, rappresentata dai proprietari terrieri, rivendicando il prrprio diritto alla dignità e elaborazione di privilegi iugulari, di vergognose “regalie” del povero ricco e nuove elezioni. La protesta inizia il 25 agosto del 1912 Supino, per mesi è percossa da compagnie di soldati e decine di carabinieri. Il 10 novembre, in Piazza e nelle vie circostanti, affollate all’inverosimile, sulla f olla pacifica, al grido di “All’arma bianca”, si scatenano 26 carabinieri con le sciabole sguainate. Il sangue corre sulle piazze e nelle strade. Così Supino si inserisce nella storia delle rivendicazioni degli oppressi.

L’architetto Iacobucci (padre) progetta il monumeto dei Caduti, la piccola fontana davanti Santa Maria, la mirabile targa per l’ufficio postale, con la raffigurante autorevolezza del grande architetto (ricordiamo il monumento-sacrario per i Caduti Romani, sul Gianicolo). Dopo l’occupazione nazista, una forte corrente di riabilitazione e di ricostruzione percorre la coscienza. Il Paese cambia radicalmente di urbanistica, riversandosi sulla pianura nella quale, oggi si distende una vera città di abitazioni e di giardini che, al viaggiatore, offre un colpo d’occhio sorprendente di dilatazione e di espansione. Si costruisce la nuova chiesa di San Pio X, nuove scuole, prende l’avvio della selciatura delle piazze (Amministrazione Volponi); si incrementa l’illuminazione pubblica (Amministrazione Torriero), cioè una serie coraggiosa di grandi opere, coraggiose o avventate, ma comunque distintive di un’ansia di rigenerazione irrefrenabile (strada per Santa Serena, Amministrazione Barletta).

L’espansione industriale travolge un metodo di economia cauta e precauzionale a vantaggio di una concezione che, travolgendo certi criteri di frugalità, di sobrietà, di parsimonia, irrompe sfrenatamente con temeraria sommariemente, a rotta di collo e a dismisura, nel pelago insidioso del consumismo, ingozzandosi di benessere. È la fine della Emigrazione. Con le ultime grandi opere, Supino si rende conto che il suo antagonista non è più Patrica o Morolo, ma è l’Europa. I restauri a regola d’arte della chiesa di Santa Maria, la sua cupola rivestita di rame come un eroe dorico o miceneo, il rifacimento dei tetti di San pietro (per entrambe le opere: architetto-ingegnere Fiaschetti) ammettendo una capacità critica di nuovo conio, ispirata alle soluzioni non più tribali ma cosmopolite, garantite dalle soprintendenze. Ultima grande opera, in corso, di incalcolabile valore sociale ma anche morale (il rinnovamento della città è lo stimolo possente al rinnovamento della coscienza civile), è la nuova selciatura, in grande stile, delle strade di Supino.

Immaginamio Peppe Bravo, il mite, silenzioso, appartato despota della nostra antica, soave cultura latina, scendere dalla pendici di Santa Serena con la sua zampogna di cantore appassionato; sulla quale si è esercitato per un anno di solitudine. Sul campanello, dalla parte dell’orecchino d’oro e di corallo, porta rispetto, galante, la piuma di beccaccia e il ramo di elicriso, con il suo iniziatico, liturgico, profumo di fiore immortale, indossando l’arcaico irsuto “guardamacchie” di pelle di capra. Nessuno lo riconosce, dal momento che in lui niente è cambiato. Ma egli a sua volta per contro partita non riconosce i luoghi, non riconosce nessuno. Tutto, uomini e cose, è irreparabilmente alterato. E non possiamo neanche ammettere che le antiche virtù, rimosse con sospetta precipitazione, siano state sostituite da altre rispettabili virtù. Sarebbe allora la sconfitta irreparabile: la morte dell’Amore.

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